15 agosto: C’è un dono della Beata Vergine per te che leggerai tutto il Transito beato e l’Assunzione gloriosa di Maria al Cielo

Le creature angeliche si dispongono a corona intorno al lettuccio, si curvano su di esso, sollevano il corpo immobile (di Maria) e, con un più forte agitar d'ali, se ne vanno, portando seco loro la loro Regina, Giovanni, l'apostolo, vede il corpo di Maria, tutto uguale a quello di persona dormente, che sale sempre più in alto, sostenuto dallo stuolo angelico

Estratti dal “Evangelo come mi è stato rivelato” o “Poema dell’Uomo-Dio” – Visioni di Maria Valtorta – Volume 10, cap. 649-650 -– dell’edizione originale in Italiano

1. Transito beato di Maria Santissima
2. Assunzione gloriosa al Cielo di Maria Santissima

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Giovanni 19:25-27: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo (Giovanni) che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.”

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1. Transito beato di Maria Santissima

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(Lettura: 4 min.)  – Visione del 21 novembre 1951

photoMaria Valtorta: “Maria, nella sua stanzetta solitaria, alta sulla terrazza, tutta vestita di candido lino, sia nella veste che le copre le membra, sia nel manto che, fermato alla radice del collo, le scende dietro le spalle, sia nel velo sottilissimo che le scende dal capo, sta ordinando le vesti sue e di Gesù, che ha sempre conservate. Sceglie le migliori. E sono poche. Delle sue prende la veste e il manto che aveva sul Calvario; di quelle del Figlio, una veste di lino che Gesù usava portare nei giorni estivi e il manto ritrovato nel Getsemani, ancora macchiato del sangue sgorgato col sudore sanguigno di quell’ora tremenda. Dopo avere ben piegati questi indumenti e baciato il manto sanguinoso del suo Gesù, si dirige al cofano dove sono, ormai da anni, raccolte e conservate le reliquie dell’ultima Cena e della Passione. Raduna tutte queste su di un unico piano, quello superiore, e depone tutte le vesti in quello inferiore. Sta chiudendo il cofano quando [l’Apostolo] Giovanni, salito silenziosamente sulla terrazza – e affacciatosi a guardare cosa facesse Maria, forse impressionato dalla sua lunga assenza dalla cucina – dove deve esser salita a passare le ore del mattino, la fa volgere di scatto col chiederle:

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Giovanni. «Che fai, Madre?».

BVM. «Ho messo a posto tutto quanto è bene conservare. Tutti i ricordi… Tutto quanto è testimonianza del Suo amore e dolore infiniti».

G. «Perché, o Madre, riaprirti le ferite del cuore col rivedere quelle tristi cose? Sei pallida, e la tua mano trema… Tu dunque soffri nel vederle» (le dice Giovanni venendole vicino, quasi temesse che Ella, così pallida e tremante come è, abbia a sentirsi male e cadere per terra).

BVM. «Oh! non è per questo che son pallida e tremo. Non è perché mi si riaprono le ferite… Esse, in verità, non si sono mai chiuse completamente. Ma pure la pace e il gaudio sono in me, e mai come ora sono stati completi».

G. «Mai come ora? Non capisco… A me la vista di quelle cose, piene di atroci ricordi, mi ridesta l’angoscia di quelle ore. E io non sono che un suo discepolo. Tu sei la Madre…».

BVM. «E come tale dovrei soffrire di più, vuoi dire. E, umanamente, dici giusto. Ma così non è. Io sono abituata a sopportare il dolore delle separazioni da Lui. Sempre dolore, perché la sua presenza e vicinanza erano il Mio Paradiso in terra. Ma anche sempre volonterosamente e serenamente subite, perché ogni sua azione era voluta dal Padre suo, era ubbidienza alla Volontà divina, e quindi io l’accettavo perché io pure ho sempre ubbidito ai voleri e disegni di Dio per me. … Ora io sono nel gaudio, immenso gaudio come immensa fu la pena, perché sento che la mia vita è compiuta. Ho fatto quanto dovevo fare. Ho finito la mia missione terrena. L’altra, quella celeste, sarà senza fine. Dio mi ha lasciata sulla Terra sinché io pure, come il mio Gesù, ho tutto compiuto di quanto dovevo compiere. E ho in me quella segreta gioia, unica goccia di balsamo nei suoi amarissimi estremi strazi, che ebbe Gesù quando poté dire:

“Tutto è compiuto … Tutto ho compiuto di quanto il Padre voleva che compissi. Ho colmato la misura della carità divina amando il Padre sino al sacrificio di Me, amando gli uomini sino a morire per loro. Tutto ho compiuto di quanto dovevo. Muoio contento nello spirito, benché straziato nella mia carne innocente”.

Io pure ho tutto compiuto di quanto, ab aeterno, era scritto che compissi. Dalla generazione del Redentore all’aiuto a voi, suoi sacerdoti, perché vi formaste perfettamente. La Chiesa è ormai formata e forte. Lo Spirito Santo la illumina, il sangue dei primi martiri la cementa e moltiplica, l’aiuto mio ha cooperato a fare di Essa un organismo santo, che la carità verso Dio e i fratelli alimenta e sempre più fortifica, e dove gli odi, i rancori, le invidie, le maldicenze, malvagie piante di Satana, non allignano. … Le dico a te, queste cose, perché tu sei l’Apostolo dell’amore e le puoi capire meglio degli altri (gli Apostoli) …».

Giovanni l’interrompe dicendo:

G. «Anche gli altri amano e si amano».

BVM. «Sì. Ma tu sei [quello che ama] per eccellenza. Ognun di voi ebbe sempre una sua caratteristica, come del resto lo è di ogni creatura. Tu, nei dodici, fosti sempre l’amore, il puro e soprannaturale amore. Forse, anzi, certamente perché sei così puro, sei così [amorevole].

Pietro, invece, fu sempre l’uomo, e l’uomo schietto e impetuoso.

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Suo fratello, Andrea, fu il silenzioso e timido quanto l’altro non lo era.

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Giacomo, tuo fratello, l’impulsivo, tanto che Gesù lo disse figlio del tuono.

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L’altro Giacomo, fratello di Gesù, il giusto ed eroico.

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Giuda d’Alfeo, suo fratello, il nobile e leale, sempre. La discendenza di Davide era palese in lui.

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Filippo e Bartolomeo erano i tradizionalisti.

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Simone Zelote il prudente.

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Tommaso il pacifico.

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Matteo l’umile che, memore del suo passato, cercava di passare inosservato.

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E Giuda di Keriot, ahimé! La pecora nera del gregge di Cristo, il serpe scaldato dal suo amore, fu il satanico menzognero, sempre.

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Ma tu [Giovanni], tutto amore, puoi capire meglio e farti voce d’amore agli altri tutti, ai lontani, per dire ad essi questo mio ultimo consiglio. Dirai loro che si amino e amino tutti, anche i loro persecutori, per essere una sol cosa con Dio, come io lo fui, al punto da meritare di essere eletta sposa dell’Amore eterno perché concepissi il Cristo. Io mi son data a Dio senza misura, pur comprendendo subito quanto dolore mi sarebbe venuto da ciò. … Ricordatevelo sempre. E fate come Egli fece. Ricordatevi tutto. Atti e parole del Figlio mio. Ricordatevi le sue dolci parabole. Vivetele, ossia mettetele in pratica. E scrivetele, perché restino ai futuri sino alla fine dei secoli e siano sempre di guida agli uomini di buona volontà, per conseguire la vita e gloria eterna. Non potrete certo ripetere tutte le luminose parole dell’eterna Parola di Vita e Verità. Ma scrivetene quante più potete scriverne. Lo Spirito di Dio, sceso su me perché dessi al mondo il Salvatore, e che è sceso anche su voi, una e una volta, vi aiuterà nel ricordare e nel parlare alle turbe, in modo da convertirle al Dio vero…».

Giovanni, impallidendo e turbandosi, più ancora di quanto già non sia impallidito da quando Maria disse di sentire compiuta la sua missione, la interrompe esclamando e chiedendo:

G. «Madre! Perché parli così? Stai male?».

BVM. «No».

G. «Mi vuoi lasciare, allora?».

BVM. «No. Starò con te sinché sarò sulla Terra. Ma preparati, Giovanni mio, ad esser solo».

G. «Ma, allora tu stai male e me lo vuoi celare!».

BVM. «No, credilo. Non mi sono mai sentita così in forze, in pace, in letizia, come ora. Ma ho in me un tal giubilo, una tal pienezza di vita soprannaturale che… Sì, che penso di non poterla sopportare continuando a vivere. Non sono eterna, del resto. Lo devi capire. Eterno è il mio spirito. La carne no. Ed è soggetta, come ogni carne d’uomo, alla morte».

G. «No! No! Non lo dire. Tu non puoi, non devi morire! Il tuo corpo immacolato non può morire come quello dei peccatori!».

BVM. «Sei in errore, Giovanni. È morto mio Figlio! Io pure morrò. Non conoscerò la malattia, l’agonia, lo spasimo del morire. Ma morire, morirò. … Non turbarti così, Giovanni! Ascolta piuttosto i miei estremi voleri. Quando il mio corpo, privo ormai dello spirito vitale, giacerà in pace, non mi sottoporre alle imbalsamazioni d’uso tra gli ebrei. Già non sono più l’ebrea, ma la cristiana, la prima cristiana, se ben si riflette, perché per la prima ebbi Cristo, Carne e Sangue, in me, perché ne fui la prima discepola, perché fui con Lui Corredentrice e sua continuatrice qui, tra voi, suoi servi. … Ma perché piangi, Giovanni?».

G. «Perché la tempesta del dolore si scatena in me. Capisco che sto per perderti! Come farò a vivere senza di te? Mi sento straziare il cuore a questo pensiero! Non resisterò a questo dolore!».

BVM. «Resisterai. Dio ti aiuterà a vivere, e a lungo, come aiutò me. Perché, se Egli non mi avesse aiutata, e sul Golgota e sull’Uliveto, quando Gesù morì e ascese, io sarei morta, come morì Isacco. Ti aiuterà a vivere ed a ricordare quanto ti ho detto prima, per il bene di tutti».

G. «Oh! ricorderò. Tutto. E farò quanto tu vuoi, anche per il tuo corpo. Capisco anche io che i riti ebraici non servono più per te, cristiana, e per te, Purissima, che, ne sono certo, non avrai corruzione di carne. Non può il tuo corpo, deificato come nessun altro corpo di mortale, e per esser tu stata esente dalla Colpa d’origine, e più ancora perché oltre la pienezza della Grazia contenesti in te la Grazia stessa, il Verbo, per cui tu sei la reliquia più vera di Lui, conoscere il disfacimento, la putredine di ogni carne morta. Sarà questo l’ultimo miracolo di Dio su te, in te. Tu sarai conservata qual sei…».

BVM. «E non piangere, allora!»

Esclama Maria guardando il volto sconvolto dell’apostolo, tutto lavato dalle lacrime. E aggiunge:

BVM. «Se mi conserverò qual sono, non mi perderai. Non angosciarti, dunque!».

… Giovanni le cade ai piedi piangendo ancor più fortemente. Maria si curva su di lui, gli pone la mano sul capo scosso dai singhiozzi e gli dice:

BVM. «… Calmati. Imita, anzi unificati a quanto è intorno a noi e in me. Tutto è pace. Abbi pace tu pure. Solo gli ulivi rompono, col loro tenue fruscio, la calma assoluta dell’ora. Ma è così dolce questo tenue rumore, che sembra un volo d’angeli intorno alla casa. E forse realmente ci sono. Perché sempre gli angeli mi furono vicino, uno o molti, quando ero in un momento speciale di mia vita. … Angeli e luce sempre nei momenti decisivi della mia vita e di quella di Gesù. … Anche questa sera io sento, sebbene non li veda, gli angeli intorno a me. E sento crescere in me, entro me la luce, una insostenibile luce, quale quella che m’avvolse quando concepii il Cristo, quando lo detti al mondo … ».

G. «Non col solo spirito, probabilmente. E a te risponderà la Terra, che coi popoli suoi e le sue nazioni ti glorificherà e darà onore e amore sinché il mondo sarà, come ben predisse, pur velatamente, di te Tobia (13, 13-18), perché Colei che veramente portò in sé il Signore tu sei, e non il Santo dei santi. Tu desti a Dio, da sola, tanto amore quanto tutti i Sommi Sacerdoti e gli altri tutti del Tempio non dettero in secoli e secoli. Amore ardente e purissimo. Per questo Dio ti farà beatissima».

BVM. «E compirà il mio unico desiderio, il mio unico volere. Perché l’amore, quando è tanto totale da esser quasi perfetto come quello del mio Figlio e Dio, tutto ottiene, anche ciò che parrebbe, a giudizio umano, impossibile ad ottenersi. … Se gli uomini sapessero amare come ordina l’antica Legge e come amò ed insegnò ad amare il Figlio mio, tutto otterrebbero. Io amo così. Per questo sento che cesserò d’essere sulla Terra, io per eccesso d’amore, come Egli morì per eccesso di dolore. Ecco! La misura della mia capacità di amare è colma. La mia anima e la mia carne non la possono più contenere! L’amore ne trabocca, mi sommerge e mi solleva insieme verso il Cielo, verso Dio, mio Figlio. E la sua voce mi dice:

“Vieni! Esci! Sali al nostro trono e al nostro Trino abbraccio!”.

La Terra, quanto mi circonda, sparisce nella gran luce che dal Cielo mi viene! I rumori sono coperti da questa voce celeste! È giunta per me l’ora dell’abbraccio divino, Giovanni mio!».

Giovanni, che s’era un poco calmato, pur restando turbato, ascoltando Maria, e che nell’ultima parte del suo discorso la guardava estatico e quasi rapito lui pure, pallidissimo in volto quanto Maria, il cui pallore però si muta lentamente in luce candidissima, le accorre vicino per sorreggerla e intanto esclama:

G. «Sei come Gesù quando si trasfigurò sul Tabor! La tua carne splende come luna, le tue vesti rilucono come lastra di diamante posta davanti ad una fiamma bianchissima! Non sei più umana, Madre! La pesantezza e l’opacità della carne è sparita! Tu sei luce! Ma non sei Gesù. Egli, essendo Dio oltre che Uomo, poteva reggersi anche da Sé, là sul Tabor; come qui, sull’Uliveto, nell’ascendere. Tu non puoi. Non reggi. Vieni. Ti aiuto io a posare il tuo corpo stanco e beato sul tuo lettuccio. Riposati».

E, amorosissimamente, la conduce presso il povero letto, sul quale Maria si stende senza levarsi neppure il manto. Raccogliendo le braccia sul petto, abbassando le palpebre sui suoi dolci occhi, fulgidi d’amore, dice a Giovanni curvo su di Lei:

BVM. «Io sono in Dio. E Dio è in me. Mentre io lo contemplo e ne sento l’abbraccio, di’ i salmi e quante altre pagine della Scrittura a me si addicono, specie in quest’ora. Lo Spirito di Sapienza te li indicherà. Recita poi l’orazione del Figlio mio, ripetimi le parole dell’Arcangelo annunziante e di Elisabetta a me, e il mio inno di lode… Ti seguirò con quanto ancor ho di me sulla Terra…».

Giovanni, lottando contro il pianto che gli sale dal cuore, sforzando di dominare l’emozione che lo turba, con la sua bellissima voce, che col passare degli anni s’è fatta molto simile a quella di Cristo – cosa che Maria nota con un sorriso, dicendo:

«Mi sembra di aver al mio fianco il mio Gesù!»,

[Giovanni] intona il salmo 119, che dice quasi per intero, poi i tre primi versetti del salmo 42, i primi otto del salmo 39, il salmo 23 e il salmo 1°. Dice poi il Pater, le parole di Gabriele ed Elisabetta, il cantico di Tobia (13), il capitolo 24° dell’Ecclesiastico (Siracide 24), dai versetti 11- 46. Per ultimo intona il “Magnificat”. Ma, giunto al nono versetto, si accorge che Maria non respira più, pur essendo rimasta naturale nella posa e nell’aspetto, sorridente, placida, come non avesse avvertito il cessare della vita. Giovanni, con un grido di strazio, si getta a terra, contro la sponda del lettuccio, e chiama, chiama Maria. Non sa persuadersi che Ella non possa rispondergli più, che il suo corpo sia ormai senza l’anima vitale. … Maria è ora simile ad una statua di candido marmo, stesa sul coperchio di un sarcofago. Giovanni la contempla a lungo, e ancora delle lacrime cadono dai suoi occhi nel guardarla. Poi … Giovanni accende [una lucerna] perché ormai sta per venire la sera. Si affretta poi a scendere nel Getsemani per cogliervi quanti fiori può trovare e dei rami d’ulivo, dalle ulive già formate. Risale nella cameretta e al lume della lucerna dispone i fiori e le fronde intorno al corpo di Maria, come esso fosse al centro di una grande corona. … Giovanni, che ha finito di disporre ogni cosa, si siede sullo sgabello, ponendo in terra, presso il lettuccio, la lucerna; e contempla, pregando, la giacente.”

§2

2. Assunzione gloriosa al Cielo della Beata Vergine

Visione dell’8 dicembre 1951

photoM.V. Quanti giorni sono passati? È difficile stabilirlo con sicurezza. Se si giudica dai fiori che fanno corona intorno al corpo esanime, si dovrebbe dire che sono passate poche ore. Ma se si giudica dalle fronde d’ulivo su cui posano i fiori freschi, fronde dalle foglie già appassite, e dagli altri fiori vizzi, posati come tante reliquie sul coperchio del cofano, si deve concludere che sono passati dei giorni ormai.

Ma il corpo di Maria è quale era appena spirata. Nessun segno di morte è sul suo volto, sulle piccole mani. Nessun odore sgradevole è nella stanza. Anzi aleggia in essa un profumo indefinibile che sa d’incenso, di gigli, di rose, di mughetti e di erbe montane, insieme mescolati. Giovanni, che chissà mai da quanti giorni veglia, si è addormentato, vinto dalla stanchezza, stando seduto sullo sgabello, con le spalle appoggiate al muro, presso la porta aperta che dà sulla terrazza. La luce della lanterna, posata al suolo, lo illumina da sotto in su e permette di vedere il suo volto stanco, pallidissimo, meno che intorno agli occhi arrossati dal piangere.

L’alba deve essere ormai incominciata, perché il suo debole chiarore rende visibili all’occhio la terrazza e gli ulivi che circondano la casa, chiarore che si fa sempre più forte e che, penetrando dalla porta, fa più distinti anche gli oggetti della camera, quelli che, per essere lontani dalla lucernetta, prima si intravvedevano appena.

Ad un tratto una gran luce empie la stanza, una luce argentea, sfumata d’azzurro, quasi fosforica, e sempre più cresce, annullando quella dell’alba e quella della lucerna. Una luce uguale a quella che innondò la grotta di Betlemme al momento della Natività divina. Poi, in questa luce paradisiaca, si palesano delle creature angeliche, luce ancor più splendida nella luce già tanto potente apparsa per prima. Come già avvenne quando gli angeli apparvero ai pastori, una danza di scintille d’ogni colore si sprigiona dalle loro ali dolcemente mosse, dalle quali viene come un mormorio armonico, arpeggiato, dolcissimo.

Le creature angeliche si dispongono a corona intorno al lettuccio, si curvano su di esso, sollevano il corpo immobile e, con un più forte agitar d’ali, che aumenta il suono già esistente prima, per un varco apertosi prodigiosamente nel tetto, come prodigiosamente s’aprì il Sepolcro di Gesù, se ne vanno, portando seco loro il corpo della loro Regina, santissimo, è vero, ma non ancora glorificato e perciò ancora soggetto alle leggi della materia, soggezione a cui non era più soggetto il Cristo perché già glorificato quando risorse da morte. Il suono dato dalle ali angeliche aumenta, ed è ora potente come un suono d’organo.

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Giovanni, che s’era già, pur rimanendo addormentato, smosso due o tre volte sul suo sgabello, come fosse disturbato dalla gran luce e dal suono delle ali angeliche, si desta totalmente per quel suono potente e per una forte corrente d’aria che, scendendo dal tetto scoperchiato ed uscendo dalla porta aperta, forma come un gorgo che agita le coperture del letto ormai vuoto e le vesti di Giovanni, spegnendo la lucerna e chiudendo con un forte picchio la porta aperta.

L’apostolo si guarda intorno, ancor mezzo assonnato, per rendersi conto di ciò che avviene. Si accorge che il letto è vuoto e che il tetto è scoperto. Intuisce che un prodigio è avvenuto. Corre fuori sulla terrazza e, come per un istinto spirituale o per un richiamo celeste, alza il capo, facendosi solecchio con la mano per guardare senza avere l’ostacolo del nascente sole negli occhi.

E vede. Vede il corpo di Maria, ancor privo di vita ed in tutto uguale a quello di persona dormente, che sale sempre più in alto, sostenuto dallo stuolo angelico. Come per un ultimo saluto, un lembo del manto e del velo si agitano, forse per azione del vento suscitato dalla rapida assunzione e dal moto delle ali angeliche, e dei fiori, quelli che Giovanni aveva disposti e rinnovati intorno al corpo di Maria, e certo rimasti tra le pieghe delle vesti, piovono sulla terrazza e sulla terra del Getsemani, mentre l’osanna potente dello stuolo angelico si fa sempre più lontano e quindi più lieve.

Giovanni continua a fissare quel corpo che sale verso il Cielo e, certo per un prodigio concessogli da Dio, per consolarlo e per premiarlo del suo amore alla Madre adottiva, egli vede, distintamente, che Maria, avvolta ora dai raggi del sole che è sorto, esce dall’estasi che le ha separata l’anima dal corpo, torna viva, sorge in piedi, perché ora Lei pure fruisce dei doni propri ai corpi già glorificati.

Giovanni guarda, guarda. Il miracolo che Dio gli concede gli dà potere, contro ogni legge naturale, di vedere Maria quale è ora mentre sale ratta verso il Cielo, circondata, ma non più aiutata a salire, dagli angeli osannanti. E Giovanni è rapito da quella visione di bellezza che nessuna penna d’uomo, né parola umana, né opera di artista potrà mai descrivere o riprodurre, perché è di una bellezza indescrivibile.

Giovanni, stando sempre appoggiato al muretto della terrazza, continua a fissare quella splendida e splendente forma di Dio – perché realmente può dirsi così Maria, formata in modo unico da Dio, che la volle immacolata, perché fosse forma al Verbo incarnato – che sale sempre più in alto. E un ultimo, supremo prodigio concede Iddio-Amore a questo suo perfetto amatore: quello di vedere l’incontro della Madre Ss. col suo Ss. Figlio che, Lui pure splendido e splendente, bello di una bellezza indescrivibile, scende ratto dal Cielo, raggiunge la Madre, se la stringe sul cuore, e insieme, più fulgenti di due astri maggiori, con Lei ritorna da dove è venuto.

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Il vedere di Giovanni è finito. Egli abbassa il capo. Sul suo volto stanco sono presenti e il dolore per la perdita di Maria e il gaudio per la sua gloriosa sorte. Ma ormai il gaudio supera il dolore.

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Fonte: “L’Evangelo come mi è stato rivelato” 
https://www.scrittivaltorta.altervista.org/per_volume.htm