La persistenza della tentazione

Perché permetto questo [la tentazione]? Dove sarebbe il merito se non ci fosse lotta?

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La persistenza della tentazione

 Gesù nostro Maestro(CEV) "I Quaderni 1943", p. 116

Dice Gesù: "Che un'anima provi tentazioni non deve stupire. La tentazione è anzi più violenta quanto più la creatura è avanzata nella mia Via. Satana è invidioso e astuto. Quindi spiega la sua intelligenza dove occorre più sforzo per strappare un'anima al Cielo.

Un uomo di mondo, che vive per la carne, non c'è bisogno di tentarlo. Satana sa che egli lavora già di suo per uccidere la sua anima e lo lascia fare. Ma un'anima che vuole essere di Dio attira tutto il suo livore.

Ma le anime non devono tremare, non devono accasciarsi. Essere tentati non è un male. È male cedere alla tentazione. Vi sono le grandi tentazioni. Davanti ad esse le anime rette si mettono subito in difesa. Ma vi sono le piccole tentazioni che possono farvi cadere senza che ve ne accorgiate. Sono le armi raffinate del Nemico. Le usa quando vede che l'anima è guardinga e attenta per le grandi. Allora trascura i grandi mezzi e ricorre a questi, così sottili che entrano in voi da qualunque parte.

Perché permetto questo? Dove sarebbe il merito se non ci fosse lotta? Potreste dirvi miei se non beveste al mio calice?

Cosa credete? Che il mio calice sia stato soltanto quello del dolore? No, creature che mi amate. Cristo - Egli ve lo dice per darvi coraggio - ha provato prima di voi la tentazione.

Credete voi che fu solo quella del deserto? No. Allora Satana fu vinto con grandi mezzi opposti ai suoi grandi tentativi. Ma in verità vi dico che Io, il Cristo, fui tentato altre volte. Il Vangelo non lo dice. Ma come dice il Prediletto: "Se si avessero a narrare tutti i miracoli fatti da Gesù, la Terra non basterebbe a contenere i libri".

Riflettete, discepoli cari. Quante volte Satana non avrà tentato il Figlio dell'uomo per persuaderlo a desistere dalla sua evangelizzazione? Cosa conoscete voi delle stanchezze della carne affaticata nel continuo pellegrinare, nel continuo evangelizzare, e delle stanchezze dell'anima, che si vedeva e sentiva circondata da nemici e da anime che lo seguivano per curiosità o per speranza di un utile umano? Quante volte, nei momenti di solitudine, il Tentatore mi circuiva coll'accasciamento! E nella notte del Getsemani, non ci pensate con quale raffinatezza egli ha cercato di vincere l'ultima battaglia fra il Salvatore dell'umano genere e l'Inferno?

Non è dato a mente umana conoscere e penetrare nel segreto di quella lotta fra il divino e il demoniaco. Solo Io che l'ho vissuta la conosco e perciò vi dico che Io sono dove è chi soffre per il Bene. Io sono dove è un mio continuatore. Io sono dove è un piccolo Cristo. Io sono dove il sacrificio si consuma.

E vi dico, anime che espiate per tutti, vi dico: "Non temete. Fino alla fine Io sono con voi. Io, il Cristo, ho vinto il mondo, la morte e il demonio a prezzo del mio Sangue. Ma do a voi, anime vittime, il mio Sangue contro il veleno di Lucifero".

 

 

 

Vizio: Lussuria

È uno dei sette vizi o peccati capitali, il "vizio impuro", al di fuori della norma morale. Secondo le elaborazioni dottrinali della teologia morale del Cattolicesimo, la lussuria è causa di svariati effetti negativi, alcuni dei quali aventi una preminenza in ambito religioso, ed altri intervenendo più specificatamente sul libero arbitrio:

• grave turbamento della ragione e della volontà
• accecamento della mente
• incostanza ed incoerenza (rispetto ai valori proposti)
• egoistico amore di sé (egoismo, egotismo, negazione dell'amore per il prossimo)
• incapacità di controllare le proprie passioni

Nella dottrina cattolica la lussuria è frutto della concupiscenza della carne (al pari del peccato di gola e dell'accidia) ed infrange sia il Sesto Comandamento che vieta di commettere atti impuri sia il Nono che riguarda il desiderare la donna d'altri. Fra questi atti impuri la Chiesa indica tanto le azioni concrete materialmente compiute in materia di sessualità non finalizzata alla procreazione e all'unione in seno al matrimonio, quanto il solo desiderio e l'immaginazione ("chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.", Vangelo di Matteo 5,28).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica così sintetizza: Tra i peccati gravemente contrari alla castità, vanno citate la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, le pratiche omosessuali e gli atti sessuali contro natura tra uomo e donna. (CCC n. 2396) L'adulterio e il divorzio, la poligamia e la libera unione costituiscono gravi offese alla dignità del matrimonio. (CCC n. 2400) Tuttavia è interessante notare come nel Deuteronomio e nel libro dell'Esodo della Bibbia il sesto comandamento sia in realtà "Non commettere adulterio"; questo rivela un'intenzione originale di focalizzarsi più sulla fedeltà coniugale, che su un più generale controllo delle proprie passioni sessuali, come invece accade nel Vangelo. Il "voluttuoso diletto", come lo si chiamava in datata saggistica, è per la Chiesa peccato mortale e, subito dopo il peccato d'orgoglio, è il maggior impedimento al progresso spirituale.

Virtù: Castità

La parola deriva dal latino castitas, il nome astratto corrispondente a "castus", che originariamente indicava uno stato "puro". Nel cattolicesimo in particolare, la castità è considerata una virtù, strettamente correlata alla temperanza, e viene intesa come un astenersi dagli eccessi o dalle implicazioni peccaminose del sesso (in questo senso, la castità viene considerata conciliabile con i rapporti sessuali fra coniugi). In questa accezione, la castità è per i cattolici la virtù opposta al vizio capitale della lussuria.

Il celibato (o "consacrazione alla verginità") è usualmente riferito al clero o ad appartenenti ad istituti di vita consacrata, è il voto con cui la persona si impegna a vivere senza gratificazioni sessuali e senza contrarre matrimonio. Un voto di castità può essere preso anche da laici come parte di una vita religiosa organizzata, come un volontario atto di devozione o come parte di una vita ascetica, spesso devota alla contemplazione.

 

 

 

Vizio: Gola

La gola è il desiderio di ingurgitare più di quanto l'individuo necessita. È l'ingordigia di cibi e bevande. Per la Chiesa cattolica è uno dei sette peccati capitali. Uno dei simboli che rappresentano la gola è il maiale.

Virtù: Temperanza

La temperanza in gr. σωφροσύνη, in lat. temperantia è la virtù della pratica della moderazione.

Nel mondo cristiano essa fu indicata per la prima volta come virtù cardinale assieme a prudenza, giustizia e fortezza da Tommaso d'Aquino. Queste virtù furono definite cardinali in quanto fanno da cardine per la vita di un uomo che cerca di avvicinarsi a Dio. Essa risulta come il collante delle altre tre virtù, infatti esse non sono veramente complete se non sono accompagnate dalla temperanza. Ma già nell'Antico Testamento troviamo riferimento a questa virtù nel Siracide (Sir 18, 30). Mentre nel Nuovo Testamento nella seconda lettera di Pietro si dice: "Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l'amore fraterno, all'amore fraterno la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi, non vi lasceranno oziosi né senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo. Nel catechismo della Chiesa cattolica, nella parte terza La vita in Cristo, sezione prima La vocazione dell’uomo: La vita nello spirito, si dice: "La temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà".

 

 

 

Vizio: Avarizia

L'avarizia è la scarsa disponibilità a spendere e a donare ciò che si possiede.

Avarizia e avidità: Le due nozioni, talvolta confuse o usate indifferentemente, hanno dei significati diversi: mentre l'avidità è il desiderio di accrescere il proprio "possesso" (nel senso più generale possibile del termine) l'avarizia è concentrata sulla conservazione meticolosa di ciò che già si possiede. L'avarizia è elencata tra i sette vizi capitali. Quando l'avarizia comprende la cupidigia nei confronti delle proprietà di un'altra persona, viene usato il termine invidia. Quando l'avarizia viene applicata al soggetto di un eccessivo consumo di cibo, si usa spesso il termine gola, un altro dei sette vizi capitali.

Virtù: Carità

Carità è un termine derivante dal greco chàris (benevolenza, amore). È una delle tre virtù teologali, insieme a fede e speranza. Lo stesso termine si utilizza anche in riferimento all'atto dell'elemosina (nell'espressione "fare la carità"). Più in generale, esso si usa a proposito di ogni forma di volontariato. Carità significa amore disinteressato nei confronti degli altri; si ritiene che essa realizzi la più alta perfezione dello spirito umano, in quanto al contempo rispecchia e glorifica la natura di Dio. Nelle sue forme più estreme la carità può raggiungere il sacrificio di sé. Attraverso la carità l'uomo realizza il comandamento dell'amore lasciato da Gesù Cristo ai suoi discepoli e quindi dona la felicità eterna:

« Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?". Gesù rispose: "Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi" » (Marco 12,28-31)

La carità, unita alle altre virtù teologali, sono gli strumenti per il raggiungimento della felicità.

 

 

 

Vizio: Accidia

L'accidia, o acedia (lat. acedia, ingl. sloth, franc. accidie, ted. acedie) è l'avversione all'operare, mista a noia e indifferenza. L'etimologia classica fa derivare il termine dal greco ἀ (alfa privativo = senza) + κῆδος (=dolore), sinonimo di indolenza, per il tramite del latino tardo acedia. Nell'antica Grecia il termine acedia (ἀκηδία) indicava, letteralmente, lo stato inerte della mancanza di dolore e cura, l'indifferenza e quindi la tristezza e la malinconia. Il termine fu ripreso in età medievale, quale concetto della teologia morale, a indicare il torpore malinconico e l'inerzia che prendeva coloro che erano dediti a vita contemplativa.

Tommaso d'Aquino la definiva come il «rattristarsi del bene divino», in grado di indurre inerzia nell'agire il bene divino. Il senso del termine è in stretto rapporto con quello della noia, con la quale l'accidia condivide una medesima condizione originaria determinata dalla vita contemplativa: entrambe nascono da uno stato di soddisfazione e non, si badi bene, di bisogno. Nel cattolicesimo l'accidia è uno dei sette peccati capitali ed è costituito dall'indolenza nell'operare il bene.

Virtù: Diligenza

La diligenza (dal latino diligere, "scegliere") è l'assiduità, la precisione, lo scrupolo perseguiti nello svolgimento di un lavoro o di un compito.

 

Vizio: Ira

L'ira, specialmente se intesa come sentimento di vendetta, è uno dei sette vizi capitali da cui bisognerebbe astenersi in ogni caso.

Virtù: Pazienza

La parola pazienza ha origine dal latino volgare patire (cfr. il greco pathein e pathos, dolore corporale e spirituale). La pazienza è una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le controversie, la morte, con animo sereno e con tranquillità, controllando la propria emotività e perseverando nelle azioni. È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un'opera o una qualsiasi impresa. Pazienza si chiama anche una parte dell'abito di alcuni ordini religiosi ed ha lo stesso significato di scapolare.

 

 

 

Vizio: Invidia

L'invidia è un sentimento nei confronti di un'altra persona o gruppo di persone che possiedono qualcosa (concretamente o metaforicamente) che l'invidioso non possiede (o che gli manca). Nella religione cattolica, l'invidia è uno dei sette vizi capitali o peccati capitali (quelli cioè che prevedono la consapevolezza del desiderio di nuocere ad altri e generano altro male). L'iconografia tradizionale la presenta nell'immagine di una donna vecchia, misera, zoppa e gobba, intenta a strapparsi dei serpenti dai capelli per gettarli contro gli altri. Nel Purgatorio, Dante pone gli invidiosi sulla sesta cornice. Qui, i peccatori sono seduti, gli occhi cuciti con del fil di ferro per punirli di aver gioito nel vedere le disgrazie altrui.

Virtù: Compassione

La compassione (dal latino cum patior - soffro con - e dal greco sym patheia - "simpatia", provare emozioni con..) è un sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui provandone pena e desiderando alleviarla.

 

 

 

Vizio: Superbia

Per superbia si intende la volontà di conquistare per se stessi, con ogni mezzo, una posizione di privilegio sempre maggiore rispetto agli altri. Essi devono riconoscere e dimostrare di accettare la loro inferiorità correlata alla superiorità indiscutibile e schiacciante del superbo.

Virtù: Umiltà

L'umiltà è la prerogativa dell’umile. Nonostante esistano diversi modi di intendere questo termine nel quotidiano, una persona umile è essenzialmente una persona modesta e priva di superbia, che non si ritiene migliore o più importante degli altri. Il termine "umiltà" è derivato dalla parola latina "humilis", che è tradotta non solo come umile ma anche alternativamente come "basso", o "dalla terra". Poiché il concetto di umiltà indirizza a un'intrinseca stima di se stessi, è enfatizzata nella pratica religiosa e dell'etica dove il concetto è spesso definito più precisamente e ampiamente. L’umiltà non va confusa con l’umiliazione, che è l’atto con il quale qualcuno viene indotto a vergognarsi, e non ha nessuna attinenza con la presente voce. Tra i benefici riservati agli umili compaiono l’onore, la saggezza e la vita eterna.

 

 

 

Maria Valtorta: I Quaderni

Maria Valtorta: I Quaderni

Maria Valtorta Il 23 aprile 1943, un venerdì santo, Maria Valtorta sentì una voce, già nota al suo spirito, che la spronava a scrivere e così iniziò la prima pagina di una prodigiosa produzione letteraria che finì solo con la sua morte. Gli scritti del primo anno, a parte l'Autobiografia, pubblicata in uno specifico volume, sono raccolti in un volume intitolato I quaderni del 1943 . Sono soprattutto istruzioni e lezioni per i tempi che viviamo e in vista dei tempi ultimi, con forti richiami alla Legge di Dio, illustrata come espressione dell'Amore e della Giustizia. Attingendo ampiamente alle Sacre Scritture (specialmente ai libri profetici e sapienziali dell'Antico Testamento e al libro dell'Apocalisse), sviluppano temi dottrinali, celebrano la figura della Vergine Maria, attestano la missione delle "anime vittime" e mostrano la quotidiana esperienza ascetica della scrittrice, favorita anche dalle apparizioni celesti. Questo volume raccoglie gli scritti di 11 quaderni autografi per un totale di 1338 pagine. Bisogna precisare ancora una volta che Maria Valtorta uscì da casa l'ultima volta il 4 gennaio 1933 e dal 1 aprile 1934, giorno di Pasqua, non si levò più dal letto. Se si esclude un intervento divino nell'ispirazione e nella composizione dei suoi scritti, diventa assai difficile immaginare come, senza la possibilità di consultare testi specializzati, una povera inferma abbia potuto scrivere di getto e senza correzioni, libri di così alto contenuto teologico senza cadere mai in errori o contraddizioni.

Brani estratti dalle opere di Maria Valtorta con il permesso dell’editore Centro Editoriale Valtortiano srl, - Viale Piscicelli, 89/91 - 03036 Isola del Liri, (FR - Italia), www.mariavaltorta.com, al quale appartengono i diritti sulle opere di Maria Valtorta.